Da oltre cinquant'anni l'Università della Virginia raccoglie i casi di bambini che descrivono la vita di un morto che non hanno mai conosciuto, a volte con una voglia che combacia con la ferita che lo ha ucciso.

Chanai Choomalaiwong nacque in Thailandia con due voglie. Una piccola e tonda, sulla nuca. L'altra più larga e dai bordi irregolari, sulla fronte.

A tre anni cominciò a dire di essere stato un maestro di scuola, un uomo di nome Bua Kai, ucciso con un colpo d'arma da fuoco mentre andava a lavorare. Chiese più volte di essere portato dalla sua vera famiglia. Quando la nonna lo accompagnò nel villaggio che indicava, Chanai percorse la strada da solo fino a una casa e riconobbe la coppia di anziani che vi abitava. Avevano avuto un figlio maestro, assassinato cinque anni prima che Chanai nascesse. Gli avevano sparato alle spalle. La ferita d'entrata, sul retro del capo, era piccola. Quella d'uscita, sulla fronte, più ampia. Esattamente come le due voglie del bambino.

Il caso è uno dei circa duemila raccolti dal 1967 a oggi dalla Division of Perceptual Studies dell'Università della Virginia, negli Stati Uniti. La fondò uno psichiatra, Ian Stevenson, e dopo la sua morte il lavoro è proseguito sotto un altro psichiatra infantile, Jim Tucker. Lo schema si ripete con una regolarità che colpisce. I bambini cominciano a parlare verso i due o tre anni. Descrivono un'altra famiglia, un altro nome, e spesso il modo in cui sono morti. Verso i sei o sette anni i ricordi svaniscono. In circa sette casi su dieci la morte raccontata è stata violenta.

Stevenson era un medico e applicava ai racconti una procedura severa. Annotava le affermazioni del bambino prima di cercare il defunto, poi interrogava le due famiglie separatamente e, dove poteva, recuperava i referti autoptici. Cercava la corrispondenza tra ciò che il bambino diceva e una persona davvero esistita.

La parte più difficile da spiegare riguarda il corpo. In quasi un terzo dei casi il bambino porta una voglia o una malformazione che combacia con la ferita mortale della vita precedente. Stevenson ne raccolse oltre duecento in un'opera in due volumi, e in quarantanove ottenne il referto dell'autopsia a conferma del punto esatto. Diciotto bambini erano nati con due voglie, una per il foro d'entrata e una per quello d'uscita di un proiettile: la prima piccola e rotonda, la seconda più grande e frastagliata, come impone la balistica. Una bambina birmana venne al mondo senza la gamba destra e raccontava la vita di una ragazza finita sotto un treno. Un bambino turco aveva il lato destro del viso poco sviluppato e parlava di un uomo ucciso da una fucilata a bruciapelo.

La spiegazione ordinaria fatica proprio qui. Un bambino può inventare, può ripetere discorsi sentiti in casa, può riconoscere per caso volti che gli vengono mostrati con aspettativa. Stevenson conosceva queste obiezioni e costruì il suo metodo per neutralizzarle. Resta il punto che i critici non hanno mai sciolto del tutto: una voglia presente dalla nascita non si impara e non si imita, e in questi casi si trova nel punto preciso in cui un altro corpo, anni prima, aveva ricevuto il colpo che lo ha ucciso.

Lui stesso fu prudente. Non parlò mai di prova. Definì questi casi «suggestivi di reincarnazione», niente di più. È la stessa cautela per cui, a mezzo secolo di distanza, l'archivio continua a crescere mentre la scienza ufficiale preferisce non guardarlo.

Per chi è convinto che la coscienza nasca e muoia con il cervello, tutto questo è impossibile, e quindi falso. Per chi osserva i casi uno ad uno, si fa strada una possibilità diversa: che qualcosa attraversi la soglia. Un nome, un ricordo, perfino il segno di una ferita.

Leggi il libro: La morte non esiste